Terranova da Sibari è un piccolo comune di cinquemila abitanti, in provincia di Cosenza, a circa venti chilometri dalla costa Ionica. Il paese è stato luogo di importanti vicende storiche che lo hanno arricchito dal punto di vista culturale, tra cui un castello feudale, costruito intorno al 1100.
Negli anni cinquanta, l’Italia fa fatica a rialzarsi dal secondo conflitto mondiale, e in Calabria numerose famiglie decidono di emigrare verso nuove mete: tra queste c’è la famiglia di Diego Milito, che molti anni dopo tornerà in Italia, e lo farà da principe.

Una famiglia di futuri campioni

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La storia del primogenito di famiglia inizia a Bernal, dove gli abitanti non sono cinquemila, bensì oltre centotrentamila; uno di questi è papà Jorge, titolare di un’azienda metallurgica, che gli permette di crescere i suoi tre figli: Diego, Gabriel e Natalia.
I due maschietti di casa coltivano la passione per il calcio, ma il primogenito non ne fa fin da subito una scelta di vita, anzi , immagina un futuro da commercialista.
Per fortuna, i risultati in ambito sportivo, con il tempo gli faranno cambiare idea, e sia per lui che per ‘Gabi’, si prospetta un futuro da calciatori di successo.
“Nessuno ha insistito per farmi giocare a calcio, è iniziato tutto naturalmente. Sono nato con un pallone, già a 6 anni giocavo. E lì nella squadra del mio quartiere ho iniziato la carriera. Ho sempre fatto l’attaccante, mio padre ha sempre appoggiato me e mio fratello Gabriel, ma lui non ha mai insistito particolarmente. Si vedeva fosse passione pura, la mia”, dirà Diego ricordando la sua infanzia.
Stessa passione e spirito di sacrificio, ma con ruoli diamentralmente opposti: il primo è la classica punta, che fa goal in tutti i modi, mentre Gabriel il centrale difesivo, forse per evitare che il fratello abbia vita troppo facile nelle partitelle tra amici.
Le strade dei due si divideranno sin da subito, e mentre il fratello minore soprannominato “El mariscal” (il maresciallo) fa il suo esordio con l’Indipendiente, Diego inizia la carriera con il Racing Avellaneda. Per intenderci: le squadre giocano nella stessa città, ed è un po’ come se Totti avesse un fratello che gioca in difesa nella Lazio.

Militos

La prima esperienza con il Racing Avellaneda: “El Principe del Bernal”

La squadra dell’attaccante gioca in casa al Juan Domingo Peron, soprannominato “El Cilindro”, dove oltre sessantaquattromila persone accompagnano le imprese dei propri beniamini, intonando il coro “Mi buen amigo“:
Racing mi buen amigo                                                             
Esta campaña volveremos a estar contigo                   
Te alentaremos de corazon                                               
Esta es tu hinchada que te quiere ver campeon         
No me importa lo que digan                                            
Los del rojo y los demas                                                      
Yo te sigo a todas partes                                                
Cada vez te quiero mas

Traduzione:

Racing mio caro amico
In questa battaglia saremo con te
La curva che vuole vederti campione
Ti infiammerà il cuore
Non mi importa cosa dicono
I rossi (tifosi Indipendiente) e gli altri
Io ti seguo da ogni parte
Ogni volta ti amo di più

Nello stadio Diego è conosciuto come “El principe del Bernal”, non solo per la sua pulizia ed eleganza in campo, o perchè quando prende palla sembra elevarsi rispetto agli altri giocatori, come se nessuno possa infastidirlo, bensì per la sua forte somiglianza a un grande calciatore del passato: Enzo Francescoli.
L’attaccante di Montevideo infatti fu il primo ad essere soprannominato “El principe”, è stato inserito da Pelè nella FIFA 100 (la classifica dei migliori giocatori di tutti i tempi), ed ha ispirato persino un campione del calibro di Zinedine Zidane (che ha chiamato il figlio Enzo in suo onore).
Con il campione uruguagio Milito condivide molti aspetti, oltre a una straordinaria somiglianza fisica e capacità di far goal: entrambi infatti lasciano il Sud America per approdare in Europa, mlitando in serie A prima di tornare in Argentina.

Enzo

L’approdo in Europa

Chi immagina subito un futuro sotto i riflettori di una big europea per Diego, rimane deluso, infatti il suo primo palcoscenico è la “nostra” serie B, con la casacca del Genoa.
Basta leggere la formazione formazione rossoblù per capire che il livello tecnico del calcio italiano all’epoca (2004/2005), è superiore di quello attuale: Scarpi, Sartor, Tedesco, Rossi, Lamouchi, Cozza, Nocerino, e appunto Milito, che termina la stagione con ventuno centri in trentanove partite (secondo dietro Gionatha Spinesi, che ne segna ventidue con l’Arezzo).
La squadra ligure termina in vetta il campionato, ma gli viene preclusa la possibilità di giocare in serie A, a causa di una partita “comprata” con il Venezia.
Niente da fare allora, la scalata ai piani alti è ancora lunga, e Diego approda al Real Saragozza, nella Liga, dove ad attenderlo c’è il fratello Gabi. Nella sua prima stagione in Spagna,  i Leones eliminano dalla coppa nazionale l’Atletico di Madrid agli ottavi, poi il Barcellona di Ronaldinho, e in semifinale il Real Madrid dei Galacticos.
Proprio la sfida con i Blancos di Madrid va ricordata, poichè Diego realizza ben quattro reti nella gara di andata!

In finale la truppa di Victor Munoz deve arrendersi all’Espanyol di  De La Pena per quattro a uno, e ancora una volta, finito il campionato, non c’è nessuna big europea a fare il nome di Milito. Così come la stagione seguente, in cui l’attaccante argentino colleziona ventitrè centri in trentasette partite.
Arriviamo ora a un capitolo triste per la carriera dell’argentino: nella stagione 2007/2008, le sue quindici reti non bastano ad evitare la retrocessione del Real Saragozza, squadra nata con ambizioni europee e con una rosa dal valore tecnico molto alto: oltre a Diego in quella squadra giocano Pablo Aimar, Ricardo Oliveira , Matuzalem e Zapater.

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Il ritorno in Italia

La carriera di Diego è a un bivio, ha bisogno di rilanciarsi e di far capire al mondo intero di che pasta è fatto, e la chiamata arriva da una vecchia conoscenza: il Genoa di Giampiero Gasperini, preferito all’offerta del Tottenham.
La curva impazzisce per il suo principe, cosa piuttosto scontata, visto che l’attaccante risponde presente a ogni appuntamento importante;  i risultati di squadra così non tardano ad arrivare, tanto che i rossoblù arriveranno quinti in campionato, qualificandosi per la ‘nuova’ Europa League.
Nella mente dei tifosi liguri rimarrà impressa per sempre la tripletta ai danni della Sampdoria nella gara di ritorno, il 3 Maggio 2009: il Genoa è avanti due a uno a fine partita e i blucerchiati cercano il disperato goal del pareggio, Milito sembra non averne più, ed essere colpito da crampi. Proprio quando parte il contropiede rossoblu, però, l’attaccante raccoglie le ultime energie e segna il definitivo tre a uno.

Stagione bellissima, indimenticabile per l’argentino, che terminerà secondo in classifica cannonieri insieme a Marco Di Vaio, e dietro a Zlatan Ibrahimovic.

L’occasione di una vita

Nel calcio spesso si incrociano storie diverse, che si sviluppano in modi imprevisti: l’estate del 2009 Ibra decide di lasciare l’Inter, annoiato dall’ennesima vittoria del campionato di serie A, per provare a vincere la Champions League con il Barcellona.
Proprio il rifiuto dell’attaccante svedese darà a Diego l’occasione che aspetta da una vita: giocare in una big europea. La società nerazzurra infatti, oltre a ottenere come contropartita Samuel Eto’o, decide di reinvestire subito l’incasso ottenuto dalla cessione di Zlatan, acquistando l’esperto centrale difensivo Lucio, un trequartista di classe come Wesley Sneijder, e i due giocatori che hanno portato il Genoa in Europa League: Thiago Motta e Diego Milito. Curiosità, in Liguria l’Inter cede a titolo definitivo tre ‘giovani di belle speranze’: Meggiorini, Acquafresca e Leonardo Bonucci.

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Spesso quando si presenta la possibilità di una carriera, rischi di non essere pronto per svariati motivi, del resto le pressioni in una grande squadra sono completamente diverse; ma il principe nonostante abbia trent’anni, riesce ad adattarsi con una naturalezza impressionante.
Come spiega lo stesso nativo di Bernal, quando gli chiedono se sia ossessionato dal goal: “Quando sono lì, in campo, il gol non è né un pensiero leggero, né un’ossessione: semplicemente, è il mio mestiere“.
Non solo goal, perchè l’attaccante in campo, come il resto della squadra di Mourinho, si mette sempre a completa disposizione, tranquillo che al momento giusto l’occasione propizia gli si presenterà davanti, e lui, come sempre, sarà pronto a colpire.
L’annata dell’Inter poi è qualcosa di magico: lo scudetto e la coppa Italia sono quasi una formalità, mentre in Europa il destino gli presenta davanti l’ex di turno: Zlatan Ibrahimovic.
I nerazzurri con una prova di sacrificio assoluta riescono a superare il Barcellona di Messi e ora è Ibracadabra a dover mandar giù un boccone amarissimo. Il 22 maggio 2010 l’Inter vola a Madrid per giocare la finale di Champions League.

Una finale da sogno

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La finale del 2010 ha un sapore speciale già prima di iniziare; si gioca a Madrid, e ad Agosto il Real aveva fatto follie nella sessione di mercato, acquistando Benzema, Kakà e Cristiano Ronaldo a cifre record, lasciando partire Robben e Sneijder senza troppi rimpianti. Anche stavolta il destino è beffardo e vuole che i due ‘scarti’ dei blancos si giochino la finale l’uno contro l’altro, da trascinatori assoluti, proprio davanti al loro ex pubblico.
L’Inter risponde colpo su colpo agli attacchi dei tedeschi e al minuto 35 arriva la svolta; palla geniale del trequartista olandese che mette Diego di fronte al portiere Butt: controllo, finta, tocco sotto imparabile, e uno a zero per i nerazzurri a fine primo tempo.
Ma c’è ancora da soffrire, i tedeschi non si danno per vinti, ma la solidità della squadra di Mourinho è quasi commovente nella scalata europea. Al venticinquesimo Sneijder riesce a far ripartire l’azione nonostante un fallo, palla ad Eto’o che la scarica al principe sulla trequarti. Non sarebbe giusto macchiare un ricordo così caro a tutti i tifosi interisti, e allora riportiamo fedelmente la telecronaca Sky di Massimo Marianella:“…vanno avanti i due attaccanti principi dell’Inter; Milito, una finta, in areaaa, ancora el principe Diego Milito, la firma lui probabilmente questa finale, questa coppa. E’ 2 a  0, el principe diventa rè, nella notte di Madrid…”

Due goal fenomenali, da attaccante di razza, e l’Inter mette a segno un triplete indelebile e ancora oggi unico nella storia del calcio italiano.
A fine partita Diego, che non ha scordato la lunga gavetta subita, regala parole splendide per il presidente Moratti, ma anche per tutti quelli che, come lui, si sono dovuti guadagnare con sudore e sacrificio ogni singolo traguardo: “Una gioia mai provata, indescrivibile. Sono felicissimo per l’Inter, perché ci tenevamo a questo traguardo, per il presidente che è il primo a meritare questo trofeo, è una sensazione unica. Questo è il calcio, ti dà sempre una rivincita. Io ho sempre lottato, ho sempre cercato di dare il massimo e di imparare, anche se ho 30 anni. Ce lo meritiamo”.

Un campione ancora sottovalutato

Quello che accade nel 2010 ha dell’incredibile: si vota come di consueto per l’assegnazione del Pallone d’Oro, ma nella lista clamorosamente manca il nome di Diego Milito.
A onor di cronaca va detto che quello è l’anno del Mondiale in Sud Africa; in ogni caso il primo posto viene assegnato a Messi (uscito in semifinale proprio contro l’Inter), la classififca continua con i due metronomi della Spagna campione del mondo, Iniesta e Xavi (e qui possiamo anche trovarci d’accordo), ma scendendo troviamo scelte che non rendono giustizia alla stagione dell’argentino dell’Inter. Quinto Forlan, nono Drogba, tredicesimo Ozil, diciottesimo Asamoah Gyan (non stiamo scherzando), e anche Muller, Klose, Lahm e Schweinsteiger (che il principe ha portato a scuola in finale).
In Argentina poi, si snobba quasi completamente il leggendario nucleo argentino che ha portato l’Inter sul tetto del mondo: non convocati Zanetti e Cambiasso, Milito parte dalla panchina, perchè in attacco c’è abbondanza (Higuain, Tevez, Messi, Aguero), ma il principe di quella stagione andava considerato sicuramente di più.

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Lui stesso parla delle poche presenze in nazionale, come uno dei pochi rimpianti della carriera, senza polemiche, con classe, come quando scende in campo: “Ho giocato meno di quanto avessi voluto, ma è sempre speciale. In Argentina nel mio ruolo è dura trovare spazio, ci sono sempre stati grandissimi talenti. Mi avrebbe fatto piacere sicuramente fare di più. Ma ho fatto un Mondiale e per me la Selecciòn è sempre stata un qualcosa di particolare. Ci teniamo davvero tanto tutti, nessuno ha mai voluto tirarsi indietro. Per noi argentini è il massimo. Ma non ho nessun rimpianto, nessuna lamentela, solo l’amarezza di non averci giocato un po’ di più.”

Il cerchio si chiude: il ritorno al Racing Avellaneda

In Italia l’attaccante nerazzurro è ormai un rè amato dai propri tifosi, stimato anche da quelli avversari, grazie al suo carattere semplice e spontaneo, mai irriverente o antisportivo. Il ciclo dell’Inter del triplete sta volgendo alla sua naturale conclusione, ma Diego continua a segnare (ventiquattro reti nella stagione 2011/2o12, record personale con l’Inter), fino a quando il 14 Febbraio 2013 subisce una doppia lesione al legamento crociato anteriore, e al collaterale esterno.
In Italia andrà via conquistanto 1 scudetto, 2 coppe Italia, 1 supercoppa italiana, 1 Champions League (miglior giocatore della finale), 1 mondiale per club, giocando il 18 Maggio 2014 la sua ultima partita con la maglia dei nerazzurri.
A questo punto, come molti campioni argentini, Milito decide di tornare alle origini, a giocare per il suo primo amore: il Racing Avellaneda.

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Il primo anno conquista subito il titolo nazionale, aiutando la squadra con la sua esperienza e, naturalmente, i suoi goal.
Il resto è storia recente, il 21 Maggio infatti, Diego lascia il calcio giocato e lo fa come sempre, segnando, davanti a uno stadio tutto esaurito, per conferire il giusto tributo e omaggio a un campione diverso, legato da un rapporto viscerale e unico con il proprio pubblico.
“Emozioni, sensazioni incredibili, …grazie di cuore a tutti voi per l’affetto che mi avete donato in questi anni. Non lo dimenticherò mai”, dirà al termine della sua ultima gara. Si chiude così la storia di Diego Milito.
A volte nello sport, si ha la sensazione che, per essere considerato un vero campione, devi comportarti da superstar, prestando poca attenzione a chi ti circonda.
Siamo noi a doverti ringraziare Diego, perchè in questi anni ci hai insegnato che credere nel proprio lavoro, rimanendo umili, e andando avanti senza mollare mai, può rendere qualsiasi sogno una dolce realtà.