Con l’avvicinarsi dell’edizione 2016 della 500 miglia di Indianapolis il nome del campione uscente della celebre corsa statunitense torna sotto i riflettori.

No, non stiamo parlando di Martin Montoya, ex terzino di Barcellona e Inter, tornato in Spagna dopo appena sei mesi da comparsa alla Pinetina, ma di Juan Pablo Montoya, pilota famoso ai più per i suoi trascorsi in F1.

Montoya

Pilota amato e discusso, ottenne un grande successo di pubblico grazie al suo temperamento e al suo stile aggressivo in pista, qualità che lo resero per alcuni anni l’avversario principe del grande Michael Schumacher. Nato a Bogotà il 20 settembre 1975, inizia a correre sui kart all’età di 6 anni, spinto dalla passione del padre e soprattutto dello zio (ex pilota che nel 1983 arrivò nono alla 24 ore di Le Mans). A 9 anni arriva il primo successo in campionato e da li il piccolo Juan Pablo inizia la sua rincorsa al professionismo. Fino ai 20 anni Juancho, questo il suo soprannome, corre in varie categorie motoristiche tra Colombia, Messico e Stati Uniti, vincendo lo Swift GTI Championship nel 1993 e il titolo di Formula N in Messico nel 1994 affermandosi come uno dei migliori talenti sudamericani.

Nel 1995 fa il suo debutto nei campionati europei, e non impiega molto a mettersi in mostra per il suo stile aggressivo e per il suo talento, vincendo nel ’96 la Formula 3 scolarship britannica e con il secondo posto e la vittoria del campionato di Formula 3000 rispettivamente nel ’97 e nel ’98. Proprio nel 1998 viene ingaggiato come collaudatore dalla Williams, storica scuderia di Formula 1, con la quale esordirà due anni dopo. In questi due anni, in attesa della grande chiamata, torna in America e partecipa al campionato CART americano, conquistando ben 7 vittorie che gli permettono di diventare il più giovane campione esordiente a soli 24 anni e vince, sempre al debutto, la 500 miglia di Indianapolis eguagliando il record di Graham Hill del 1966.

Come già detto nel 2001 fa il suo esordio nel campionato di Formula 1 al volante della Williams BMW, una delle scuderie più quotate in quegli anni. Il primo anno di Formula 1 non è fortunatissimo però, infatti è spesso costretto al ritiro per guasti meccanici o per errori dovuti principalmente alla sua spavalderia in pista, ma mette già in mostra tutte le sue qualità. Paragonato sin da subito a Gilles Villeneuve e a Clay Regazzoni per il suo stile fuori e dentro la pista, il primo anno di F1 si conclude con un discreto sesto posto nella classifica finale e la conquista di 3 pole position e della prima vittoria, ottenuta nello storico tracciato di Monza. Qui qualche anno più tardi, nel 2005, segnerà il record di velocità, tuttora imbattuto, per una monoposto di F1, toccando i 372,2 kmh nel corso di un giro rimasto nella storia come il più veloce di sempre (velocità media nel giro di 262,22 kmh) durante le prove del Gran Premio. I suoi duelli con Schumacher lo resero subito un protagonista del Mondiale.

Splendido il suo sorpasso ai danni del tedesco, nel GP del Brasile, in uscita dal regime di safety car, operato con una manovra decisa nella curva 1 del tracciato carioca, gara poi non conclusa dal colombiano per un incidente con Verstappen, doppiato, mentre era in testa alla corsa. (https://www.youtube.com/watch?v=bjn-MYC1LA8)

f1-canadian-gp-2002-fia-saturday-press-conference-pole-winner-juan-pablo-montoya-with-michLa stagione successiva comincia bene per Montoya, che riesce a conquistare 2 secondi posti nelle prime due gare e grazie ad una buona continuità di risultati sembra essere l’avversario principe di Schumacher. Una serie di ritiri però affonda le speranze del colombiano che termina il campionato al terzo posto, senza nessuna vittoria, dietro anche a Barrichello.  Non mancano comunque i duelli, splendido quello con Kimi Raikkonen in Germania, e le manovre sopra le righe che non fanno altro che aumentare la sua popolarità. Il 2003 sembra quindi essere l’anno della definitiva consacrazione di Montoya che però riesce solo a bissare il terzo posto della stagione precedente, alle spalle di Schumacher e Raikkonen, al termine di un campionato splendido e avvincente fino alla fine, che lo vede conquistare due vittorie e molti piazzamenti, che vengono però vanificati dai pessimi risultati delle ultime due gare della stagione. Il 2004 è la sua ultima stagione in Williams, che non risultò particolarmente competitività, infatti sul colombiano mette gli occhi la McLaren che ne annuncia l’ingaggio già durante la stagione come compagno di Kimi Raikkonen. Juancho conclude la sua avventura con la scuderia inglese con una vittoria, nell’ultimo Gran Premio della stagione in Brasile, ed un quinto posto finale in classifica.

Gli anni in McLaren risultano ampiamente sotto le aspettative. Le frecce d’argento sono velocissime ma assai fragili e sono molti i ritiri per gli alfieri della scuderia anglo-tedesca in queste stagione. Montoya non sembra avere un gran feeling con il nuovo team e sono molti i contrattempi nella stagione 2005, compreso un infortunio che gli impedisce di partecipare a due GP. Termina la prima stagione in McLaren collezionando tre vittorie, suo record personale, e un quarto posto finale, ma è evidente che la stella del colombiano sta pian piano perdendo luce. Il 2006 è l’ultimo anno in F1 per lui. Il colombiano è assai deludente, e viene sostituito prima della fine del mondiale dal collaudatore Pedro de la Rosa. Lo sconforto nei suoi fan è grande, ma Juancho annuncia il suo sbarco nel campionato NASCAR, un campionato che forse meglio si sposa con la voglia di velocità pura del colombiano. Ottiene i primi successi nel 2007, anno in cui viene eletto rookie of the year, conquistando la 24 ore di Daytona e due gare di campionato. Nel 2008 si ripete nella 24 ore di Daytona ma non ottiene nessuna vittoria in campionato. La Toro Rosso, scuderia italiana di Formula 1, nata nel 2006 dopo il fallimento della Minardi, cerca di riportare il colombiano nel massima competizione automobilistica, ma Juan Pablo rifiuta il contratto, ormai completamente disinnamorato della F1, e decide di continuare nel campionato americano. Una scelta che non si rivela vincente, infatti Montoya non risulta particolarmente veloce e finisce per sparire dai radar del grande pubblico, tornandoci solo per uno spettacolare incidente di cui fu protagonista nel 2012 a Daytona, nel quale fortunatamente non riporta gravi conseguenze.

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Decide quindi di tornare nella serie INDYCAR nel 2014, il suo grande amore, vincendo la 500 miglia di Pocono e piazzandosi quarto nella classifica finale. E siamo al 2015. Montoya, al termine di uno spettacolare duello con Scott Dixon e Will Power, si laurea per la seconda volta campione della 500 miglia di Indianapolis, a 40 anni e ben quindici anni dopo il suo primo successo.  La velocità e il coraggio del pilota colombiano vengono premiati dal famoso ovale americano, che riporta alla ribalta il suo nome e lascia un po’ di nostalgia negli appassionati di Formula 1.

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In questi anni di crisi della classe regina dell’automobilismo, alla costante ricerca di nuove idee e regole per ridare senso ad uno sport che continua a perdere appeal, ripensare agli anni in cui correva Juan Pablo Montoya, ai suoi splendidi duelli con re Schumi e Raikkonen, e al suo stile unico da guerriero, sulle orme del grande Villenueve, aiuta forse a capire cosa manca oggi alla Formula 1. Oggi manca l’adrenalina, la velocità, i sorpassi forzati e cercati dove nessuno pensava fosse possibile. Oggi mancano piloti pronti a combattere per una posizione, senza pensare a pit stop e strategie. Oggi alla Formula 1 manca un Juan Pablo Montoya.